Racconti brevi di storie vere

IL PESCATORE DI DONNE

Ersilia picchiò con la ciabatta sul pavimento della camera da letto per comunicare con il figlio che dormiva dabbasso.
Orso che invece si era svegliato ed era intento a spararsi la sua dose quotidiana di video porno, balzò dalle coltri infastidito e rispose con un grugnito:- Adesso vengo!-.
- Oh Ma’, ch’é stato?- bofonchiò entrando in casa della madre dopo aver girato la chiave sempre inserita: ma il malumore gli smontò subito sentendo l’appetitoso aroma proveniente dalla cucina.
- O’ cellulare!- rispose Ersilia asciugandosi le mani nel grembiule e ravviandosi una ciocca di capelli dietro le orecchie. Aveva una pettinatura che per colore e stile ricordava quella dell’asso di coppe.Era magra, ossuta e alta. Viso appuntito e occhietti aguzzi. La mascella leggermente prominente.Del tutto diversa dal figlio.-Bussa da stamattina alle 7! Stutalo ca sennò o jetto dint’a munnezza!-
- -E potevi rispondere , no? Dicevi che Sasà nun ce sta!-
- -Me fa male a capa e poi me mietto scuorno a parlà co certa gente, ‘o ssai!-
Orso lo aveva lasciato acceso per poter controllare chi lo chiamava ma al tempo stesso voleva restare irreperibile. Persino per Marcello. Ah! Stavolta gliela avevano fatta veramente sporca! Sentiva il bisogno di starsene un po’ per conto suo a smaltire la faccenda. E’ vero: aveva commesso la leggerezza di confidarsi con Ivana senza calcolare che questa avrebbe spiattellato tutto e subito al suo amato bene.Figuriamoci! Come non ci aveva pensato? Forse il bisogno di liberarsi del peso di quell’esperienza , di cui ancora adesso non sapeva rendersi conto completamente, era stato più forte della prudenza. A tratti, anzi, gli pareva di averla sognata,tanto tutto era avvolto nella nebbia, almeno per la parte relativa alla notte, dal momento in cui erano usciti dal locale fino a quando si era risvegliato scoprendo d’aver fatto sesso con una donna priva di una gamba. Quale non era stata la sua sgradevole sorpresa,qualche giorno dopo, raggiungendo i suoi amici al bar del paese per l’aperitivo, nel sentirsi accolto da risate e lazzi da caserma che avrebbero fatto impallidire un carrettiere. La cosa più gentile che gli avevano indirizzato era stato un nuovo nomignolo:
-Oì! E’ arrivata Minnie! Dove l’hai lasciato Gambadilegno?- e giù a sganasciarsi, riversi sul bancone.
-Aé! Com’è fare l’amore con 3 gambe?-
-Ma tu che dici!- rincarava un altro-: casomai con 3 e mezza!-
-Allora diciamo con 3 e ‘na nticchia!!!-
-Ah ah ah ah ah!-
-E la topa come ce l’aveva? Pure quella di legno?-
-E come no? A teneva co la carica a corda!!!!!!!!!-
Orso cambiò colore in viso dalla gamma dei rossi a quella dei gialli e alla fine , rinunciando per la prima e unica volta in vita sua a venire alle mani, probabilmente perché erano troppi,fece dietrofront e si rifugiò nella sua auto in preda alla nausea e una rabbia tale che partì senza nemmeno levare il freno a mano. Se ne accorse stradafacendo quando dovè fermarsi e vomitare.
Poi da quella mattina si era barricato in casa senza più voglia di vedere né sentire proprio nessuno. Facendosi forte del fatto che sua madre abitava al piano di sopra e che poteva andare a mangiare da lei, si isolò completamente dai suoi compagni di merende per un lungo periodo.
Si faceva scudo della madre come un ragazzetto spaurito e pieno di vergogna. Lei non aveva bisogno di spiegazioni o motivazioni per mettersi a proteggerlo: non chiedeva di meglio che poter tornare a gestirlo. O meglio a ricattarlo. Per tutta la vita Ersilia aveva fatto leva , da un lato,sulla insicurezza profonda di cui il ragazzo soffriva da sempre, dall’altro sul potere terapeutico del danaro con cui lui riusciva a superare quel complesso. A seguito della iniqua spartizione di sovvenzioni tra il figlio maggiore e lui, non faceva mistero di averlo sempre favorito senza tenere in alcun pregio il merito ben diverso dei due. Sicché Orso era cresciuto sempre protetto da mammà anche oltre la ragionevolezza storico anagrafica, e il buon senso. Inoltre lei aveva preso a difenderlo anche e specialmente quando aveva torto. Così non badava a spese, quando si trattava di sganciare palanche per pagare gli avvocati, e, tirarlo fuori di galera, diventava una priorità. Per carità, il figliolo suo in mezzo ai delinquenti! E ditemi voi: forse non mantenere una moglie con due figli piccoli dopo che lo aveva mollato per maltrattamenti, era un delitto? “perché lei non si metteva invece a lavorare, oppure perché non aveva fatto in modo di tenersi il marito, abbozzandone le paturnie? Una donna che vuole farsi i comodi propri non ha che da rimboccarsi le maniche e provvedere a se stessa.” Questo era l’Ersilia pensiero, trasmesso e inculcato a Sasà via cordone ombelicale. E Lui ci si era adagiato comodamente, benché una parte della sua coscienza gli segnalasse che quel modo di ragionare era assolutamente scorretto.E soprattutto in malafede, perché tanto lui, quanto sua madre, da cui quella mentalità gli era derivata, sapevano bene di stare in torto, malgrado quell’atteggiamento convenisse loro.
Stranamente questa volta non aveva raccontato nulla della sua disavventura alla madre e sperava ardentemente che non le venisse riportato in qualche modo. Abitavano isolati, in aperta campagna, ed Ersilia si spostava malvolentieri dal suo territorio che marcava ogni mattina nettandone la staccionata delimitante i confini. La sua zona dunque, circoscritta alla casa, ampia e soleggiata con intorno un pezzo di orto notevole e anche un bel giardino sul davanti, era il suo regno. I sudditi ne erano, il marito, da tempo caduto in disgrazia e ormai schiavizzato,i polli, le oche che nutriva in maniera forzosa per venderle a quelli che ne commercializzavano il fegato crepato, e il principe ereditario, Orso, al quale riservava tutte le sue attenzioni di cui era capace, per rozze e primitive che fossero. Rito, il figlio maggiore, non era mai stato nelle sue grazie, non avendo l’indole né del mascalzone né dell’imbelle. Quando se n’era andato a lavorare lontano, finiti gli studi e pigliando moglie altrove,per lei era stato un sollievo: sottomessa quella nullità del marito,con nessuno più schierato dalla parte di lui per difenderlo come faceva Rito,veniva finalmente abolito ogni ostacolo ai piani che aveva per Orso.
Dopotutto poteva ritenersi soddisfatta visto e considerato che lui era a sua completa disposizione alla bisogna, fatto salvo quando era comandato da Marcello: ma quelle di solito erano defezioni ai suoi ordini dalle quali tornava coi soldi in tasca. Questo non le dispiaceva certamente,siccome per lei contava potersela passare bene senza curarsi troppo della provenienza delle fonti del benessere: per lei certe attività erano sinonimo di scaltrezza.Una cosa però non la sopportava:che suo figlio trascorresse più tempo con le donne, quasi tutte” malefemmene” secondo la sua concezione di quelle buone.
-Ma voi che andate dicendo!- aveva risposto all’assistente sociale, quella volta che era stata chiamata dai servizi sociali per ricevere istruzioni sul regolamento di alcuni provvedimenti alternativi alla pena detentiva cui Orso era stato condannato- mio figlio non ha bisogno di vedere a nessuno! Ci basta sua madre e la casa sua che non ci manca niente…e finché ci sto io con lui…dentro casa nostra non ci entra nisciuno, né uommini né femmene: ca l’uommini so tutti cazzabubboli e ‘e femmene tutte zoccole…-
Invece su questo, Orso non la seguiva mica. E spesso riceveva visite, per lavoro o per diletto, ciò non era dato sapere, con un via vai di macchine immancabile di fianco al porticato.Tanto vero che, spesso, il povero Rafiluccio, capofamiglia in disarmo, non trovava posto vicino casa, per parcheggiare la sua sbricia bianchina scalessata. Anzi, alle volte arrivava al cancello senza più fiato, male in arnese come era in salute,uno dei motivi per cui era stato costretto alla pensione, fino al punto da non restargli in petto manco un filo d’aria per rispondere alla moglie fremente nell’ impaziente attesa di arronzarlo per benino. E lei ,stizzita,perché impotente di fronte a questi “tradimenti” di Orso , sfogava il livore sul povero disgraziato e malandato Filù spingendolo a chiudersi in camera ,strangolato dagli attacchi di tosse.
Filù era stato un valente lavoratore specializzato in una fabbrica importante ed era arrivato ad avere una squadra di operai sotto di sé. Finché il lavoro lo aveva tenuto buona parte del giorno e qualche volta anche la notte, fuori casa…tutto era filato liscio in famiglia: ognuno aveva il suo ruolo e oguno il suo spazio. Ma quando si era ammalato, proprio per causa di servizio ed era stato congedato, per quanto onorevolmente e con una buona pensione, c’era voluto poco a fargli cambiare vita. Di colpo era precipitato in un inferno quotidiano ,nel quale non aveva più trovato nemmeno la forza fisica e psicologica, di reagire, ribellarsi, difendersi, finendo col soccombere definitivamente a una moglie diventata dispotica, laddove un tempo era stata solo energica e concreta .
Lui, un omone dalla stazza di Hulk, a causa della malatia si era afflosciato come un pallone bucato,lasciando solo ai grandi occhi verdi il compito di segnalare che era ancora in vita. Da questo a ripiegarsi su se stesso e diventare abulico e imbelle, il passo era stato breve. Ridotto ad avere un unico desiderio: sfuggire il più possibile gli scontri con la moglie. Mangiava da solo, spesso parcamente,ché anche l’appetito, con tutti quei medicinali e l’insufficienza respiratoria, gli era calato alquanto.Dormiva, in inverno, su un vecchio divano presso il grande camino dal perfetto tiraggio , che da giovane si era costruito con le sue mani, e in estate,
in veranda, su una sedia lunga, ormai sdrucita ma ancora comoda. Aveva sofferto molto quando Rito se ne era andato lontano per non vivere più in mezzo a loro e non vedere le angherie di Ersilia verso di lui ed era rimasto ancora più solo. Gli amici lo avevano abbandonato perché lui non era libero di riunirsi con loro da qualche parte in quanto alcune volte che lo aveva fatto la moglie se lo era andata a riprendere infrangendo la regola di non sconfinare dal proprio regno, ma piazzando una tale sceneggiata da indurlo a non muoversi più di casa per la vergogna. Lo voleva al suo servizio e gli assegnava faccende casalinghe di ogni genere, incurante che la polvere e la fatica gli avrebbero cagionato un peggioramento. E lui, per non discutere, obbediva, finché non cadeva stremato. Qualche volta persino Orso si prendeva pena per lui e interveniva presso la madre perché lo lasciasse in pace.
- Oi , Ma’! Non vedi come è ridotto? Ma lo voi morto?Daje tregua!-
Allora Ersilia ingoiando il boccone amaro della clemenza, mollava riluttante la sua vittima per un poco, come fa il gatto col sorcio quando costretto da forza maggiore,ma per contro, si gettava in mille faccende con una furia tale da sembrare tarantolata.
Filù voleva ben allo stesso modo al figlio bravo e a quello canaglia. Pur distinguendo la benevolenza verso Rito per il suo temperamento sempre corretto, dal sentimento che provava per Orso: del tutto diverso ma non meno intenso. Sasà lo percepiva come fosse una pianta venuta su male, un po’ per natura come certi alberi d’ulivo gobbi, che pure,alla fine, davano frutti,un po’ a causa delle circostanze e da ultimo anche, per via di sua madre, che, su questo non aveva dubbi, aveva sbagliato miseramente con quel ragazzo, fisicamente, ma solo sotto questo aspetto, tanto simile a lui.
Così quel mattino, molto presto, quando sorbendo il suo caffè d’orzo Orso disse :- Ie e patemu ce n’aimme a piscà, stamattina, Ma’. Tornamo per pranzo- Filù fu proprio contento. Ersilia rosicò stringendo le arcate della sua dentiera nuova nuova, ma non si oppose:-Aé: mejo, accussì nu ‘o sento rantolà…- bofonchiò.
Orso preparò il cestino con la colazione e suo padre l’occorrente per la pesca.
La giornata era davvero bella e l’aria tersa e profumata come al cambio di stagione. Il merlo ripeteva la sua tiritera. A metà mattinata il paniere era già pieno di pesci e padre e figlio stimolati dalla pace intorno a loro e dalla solitudine,aprirono il cesto delle vivande e fecero colazione sull’erba.
- Certo che mamma come femmena è insopportabile ma in cucina non la vince nessuno…- ammise Orso, mentre addentava una fetta di pane con la quale aveva raccolto una quantità di succulenta parmigiana.
- Femmina cuciniera pijala pe mujera…- rispose amaramente Filù- per la gola mi prese! Sennò quando ci cascavo?-
- O veramente?Non stavi nnammurato?-
- E’ stato proprio quello che m’ha fregato:l’amore pe issa e pe mangiare bbuono.-
Orso sentì che il padre stava intristendo, dal tono della sua voce che trasudava disillusione e malinconia , allora-
- E’ ‘o vero:mamma è una brava cuciniera però tu le porti ‘o pisce..: e sennò che po fa issa senza ?- scherzò ammiccando maliziosamente…
Filù restò a lungo pensieroso e poi, dopo aver tirato un paio di lunghi sorsi di vino dal fiasco lo depose nel cesto e disse:- E’ ‘o vero, Sasà, io song o’ piscatore dint a famija mia, ma tu si ‘nu pescatore ‘e femmene…-.
(continua)

22 Gennaio 2012 at 12:06 | Commenti & Trackbacks (1) | Permalink

e’ USCITO IN ebook NELLA LIBRERIA ONLINE DANTE ALIGHIERI ,
SPECCHIO DELLE MIE TRAME,flashback indotti dalla cronaca.

Vi aspetto tutti, lettori e amici!!!!!!!!!!!

19 Gennaio 2012 at 01:56 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Non più nodi

La grande villa di Iride si trovava molto fuori città ed arrivarono che era quasi mattina. Orso si trovò ben presto su un sentiero di ghiaia appena varcato il cancello automatico. Spazio per l’auto quanto ne voleva. Al rumore del motore che si spegne si accesero immediatamente le luci nell’immenso giardino antistante la casa. Traversarono il patio allacciati e a Orso parve di sentire qualcosa di strano nella loro andatura. Sapeva di essere ubriaco e non diede troppa importanza alla faccenda. Albeggiava quando entrarono in camera da letto: si erano prima attardati con uno spuntino a base di cibi afrodisiaci e ulteriori libagioni.
Fece uno sforzo sovrumano per non addormentarsi mentre disteso su un letto col materasso ad acqua e una atmosfera esotica anche con musica e profumi orientali, attendeva che la donna lo raggiungesse.
D’improvviso comparve Iride drappeggiata in una mise meravigliosa dal colore verde acqua che s’intonava splendidamente con i suoi capelli. Avanzò con passo di danza fino al letto facendo tintinnare i braccialetti e brillare gli splendidi orecchini che aveva indossato. Orso fu avvolto e come stordito da un nuovo profumo che di lì a poco fu la sola cosa che ella si lasciò indosso.
Sedette sul letto. Spense ogni lume. Ci fu un istante di pausa in cui la sentì muoversi in maniera impercettibile e subito dopo lo abbracciò, baciandolo appassionatamente. Per fortuna Orso, nel frattempo, aveva avuto modo di assumere l’aiutino a lui indispensabile per soddisfare la partner di turno, quindi, prima che l’effetto svanisse,prese la posizione strategica. Si stese sopra di lei e poi agguantò le cosce per issarsele sulle reni e far aderire perfettamente i due corpi senza lasciare il minimo spazio. Con la sinistra raggiunse lo scopo ma a destra…brancolò nel vuoto, annaspò e sentì qualcosa ricadere pesantemente accanto a lui.
-Mannaggia a morte!-bofonchiò incredulo-ho bevuto davvero troppo!- convinto di aver mancato la presa.
Di botto si accese la luce. Iride tirò a sé un lembo consistente del lenzuolo viola. Orso giacque supino accanto a lei, sudato in modo spaventoso.
-Qualcosa non va, mio caro?-
-Sì, no, non capisco…- farfugliò confuso Orso che forse cominciava ad afferrare ma non voleva crederci.
-Ti senti poco bene?-
-Poco bene, dici?- in effetti non riusciva neanche a capire come si sentiva, anzi, era del tutto paralizzato dallo sgomento. Una situazione simile non gli era mai capitata né mai ne aveva sentito parlare- mi pare che manca qualcosa…- s’arrischiò a dire, sempre più a disagio.
Iside fece una risata divertita come se si aspettasse quelle parole e con voce suadente soggiunse, rispegnendo la luce:-Capisco. Non è grave. Si può rimediare. Vuoi lasciarmi fare a modo mio?-
Senza una parola Orso, sconcertato ,annuì e si affidò a lei come in trance.
Si svegliò al mattino dopo che era quasi ora di pranzo, o meglio, con la solita telefonata di richiamo di Marcello. Iride dormiva placidamente ancora drappeggiata con le lenzuola come in un quadro liberty,il viso coperto dai capelli .
La stanza era inondata di luce e odorava di croissant. Scese dal letto per recarsi in bagno e vide infatti il tavolo vicino la finestra con la colazione riccamente servita. Uscendo dalla doccia ancora svestito, addentò voracemente un cornetto e ingollò del succo di frutta. Poi si mise alla ricerca della sua biancheria, non rammentandosi assolutamente nulla della sera precedente, cercando di non destare la dormiente. Non tanto per un riguardo, quanto per evitare di quelle complicazioni che fanno sempre le donne, anche se pagano, in simili circostanze. Dunque prese a fare come la spigolatrice di Sapri, chinandosi a raccattare ogni pezzo. Gli slip leopardati, la canotta a rete, i calzini corti, e finalmente vestito, gli mancava la cravatta. Ci teneva: gliela aveva regalata Lida e forse poteva essere la sola cosa materiale che le rimaneva del perduto amore. Tornò a guardarsi intorno e non scorgendola da nessuna parte ,finalmente si inginocchiò davanti al letto dalla parte di lei. Alzò la coperta e si chinò a sbirciare, non senza fatica, ingombrato dalla sua pancia.
-Ah! Eccola là, te possano accide!- sbraitò , iniziando a tirare a sé il capo che gli era riuscito di afferrare. Tira e sbuffa, si abbassò ancora di più, assumendo una curiosa posizione poco virile, poiché la cravatta non si decideva a venire fuori. Spazientito ,si risolse infine a dare uno strattone decisivo. La cravatta saltò fuori come un bambino in un parto difficile ma tirandosi dietro una gamba alla quale si era attorcigliata sotto al letto,evidentemente, in seguito alle grandi manovre della sera prima.
Inorridito, Orso fu costretto a prendere in mano quella protesi impastoiata dalla sua cravatta per sbrogliarne il laccio e mettersela in tasca.
Con la faccia in fiamme e un cocktail di pensieri brucianti e raggelanti insieme, non si attardò a farsi nemmeno il nodo ed uscì come un ladro.
Iride si svegliò al rumore del motore diesel che si avviava e delle ruote che sgommavano sul brecciolino. Si stiracchiò un poco e giacque languida ancora qualche istante . Poi automaticamente fece il primo gesto di ogni giorno: allungò la mano sotto al letto
per raccogliere la protesi. Ma non la trovò. Allora alzò lo sguardo e la vide appoggiata sopra una poltroncina, vicino la porta della camera.
- Maledizione! Ecco fatto! Neanche questo ritornerà- Imprecò infuriata, calciando le lenzuola con l’unica gamba.

7 Gennaio 2012 at 06:51 | Commenti & Trackbacks (2) | Permalink

La Vedova allegra

Orso parcheggiò accuratamente la sua auto proprio davanti al dancing. Guardò l’orologio e vide che era in anticipo. All’interno del locale diede un’occhiata per controllare il parco donne presenti.Poi raggiunse l’ala ristorazione, sedette al suo tavolo e ordinò la cena fregandosi le mani per il freddo. L’ambiente era ancora mezzo vuoto e non ancora caldo, in tutti i sensi.
Dopo aver consumato una pizza più una frittura di pesce, essersi scolato un litro di bianco, andò a lavarsi le mani e sciacquarsi la scucchia bisunta. Si pettinò e si profumò, spruzzandosi generosamente la sua colonia preferita su palme e collo. Soddisfatto della immagine che lo specchio gli rese, mandò dentro la pancia e riposizionò la cintura dei pantaloni dando una assestata anche alle palle. Tirò su col naso e uscì dalla toilette per immettersi in “sala giochi” . Cominciava la caccia.
Si chinò verso una donna biondissima coi capelli ondulati sulle spalle, nude e abbronzate all’inverosimile.Indossava un corpetto di paillettes verde shocking e una mini in stile mantovana per tenda. Zatteroni alla E.Jones e a metà braccia due braccialetti a serpente come Cleopatra. I tricipiti cascanti alla zuava venivano tragicamente messi in evidenza dalla strettoia in cui erano stati convogliati con quei monili in similoro. Un fondo di bicchiere per l’occhio del serpente ,
mandava bagliori sinistri. Lui con una camicia blu notte e bretelle rosso fuoco, dimenò il collo facendo ondeggiare la chioma lunga e riccioluta che ricacciò indietro con un gesto accattivante. Invitata da cotanto cavaliere, la bionda si voltò compiaciuta alzando il volto verso di lui. Proprio in quella, impietosa, la luce verdognola dei faretti che illuminavano la pista si stagliò su quel mascherone che era la faccia della signora: qualcosa tra una comparsa dell’Aida e il trucco per Halloween. La vittima designata avrà avuto 60 anni, portati malissimo e vista di fronte, una crescita di due colori diversi, bianco e nero, rivelava questa inattesa realtà. Borse perioculari molto capienti e guance tenute su a stento da una dentiera fissa mal congegnata. Orso però non fece una piega, ma si sentì un dio dell’Olimpo sul punto di elargire graziosamente la sua attenzione a una simile sfortunata creatura.
Una cosa l’avevano in comune, i due: lei depose sul tavolo un bicchiere che teneva con il mignolo alzato e lui sollevò il suo della mano destra, nell’assumere la postura tronfia del lisciarolo consumato.
Quando tornò al tavolo aveva il numero di telefono della signora in tasca. Sedette e stavolta in compagnia dei due vitelloni suoi compagni e si fece portare del whisky.
-Non perdi tempo- esordì Salvo sgranocchiando noccioline.
-Ma come farai?- rincarò Marcello.
-Mi rendono- tagliò corto Orso.
-Preferirei mille volte morire- disse il capo del terzetto-ma tu sì forte, si nun sì morto pe chill ca ta fatto Lida…-
-Si avisse fatto a me chill ca fat a te..io l’avisse accisa a issa…- caricò Salvo ridendo sotto ai baffi.-Di sicuro avisse a schiattà issa prima ca io…-
Orso masticò amaramente e poi disse:- Compari miei, intanto chi l’ha ditto ca è finita?Solo,io o posso a dicere quanno una storia è finita.-
-Intanto dormi in macchina…ah ah ah!-
I due più un altro paio di nuovi adepti che si erano aggiunti al tavolo, scoppiarono a ridere come un branco di jene in faccia al povero Orso che si trovò spiazzato , messo di fronte alla cruda realtà.
-Piantatela e lasciatemi tranquillo che devo lavorare. Se mi va bene, stasera concludo con un affare accussì grande… altro che dormire in macchina!…-
-A già è ‘o vero…mo Sasà ha puntato a ‘ l’egiziana!-
-E da che ‘o vedi che è egiziana?-
-Salvì me pari strunzo: ma pecché ‘o cammiello da ro viè?-
-E che c’entra ‘o cammiello? Issa mica tiene ‘e gobbe!-
-E tene e tene: sopra e sotto a panza…-
-Ahè, ridete ridete pure: chilla no tene solo ‘è gobbe. Tene un albergo a Ischia e uno a Capri,è vedova e senza impegni…e domani sera ho già un appuntamento co lei…ahé-
-Pe me po’ tenè pure ‘o Paradiso terrestre ca io no ‘a toccherei co nu bastone…-
-Sarà meglio de chella disgraziata c’hai spremuto come nu panne pe fatte pagà i debiti del gioco…ca non teneva salute, stava ‘nguaiata coi malanni e alla fine é morta ‘e famme pe da i soldi a te… tu nun tene a parlà co’ me de femmene, famme ‘o piacere, Salvì- replicò Orso malignamente.
-Ma insomma, Lida, che aveva di diverso dalla altre perché tu t’ascimunissi al punto de lassalla sta senza fargliela pagare?-
Su questo punto Marcello voleva riportare Orso, per stuzzicarlo e indurlo a progettare una vendetta. Non tanto per solidarietà malintesa con il compare ma perché non passasse il fatto che un suo scagnozzo potesse essere messo sotto da una donna, quindi intaccare indirettamente la sua reputazione di intoccabile.
-Voi a Lida la dovete lascià sta. Non la dovete manco nominà. Chella sì che è ‘na donna co ‘e palle e tengo a rispettalla pe questo. E’ cosa mia. O’ so io chill ch’ aggio a fa co issa. E’ na’ persona speciale. Si avisse dato retta a issa, oggi sarei un’ato ommo. O’ problema è che io so abituato a vive e a fa come me pare e proprio ‘è regole no le sopporto. No me piace vive sempre uguale tutt’e jorne facendo ‘e stesse cose co ‘e stesse persone ne stessi posti. Me piace annà e venì quanno me pare a me e non me piace ‘e faticà. Me piace avé tutt’è cose che vedo senza aspiettà. Issa me diceva bbuono. Ma bbuono pe n’ato soggetto, no pe uno comme a me. Una che sta cu me deve sta a chill ca dico io. Però Lida e io simme uguali:tutte e doi nun ‘nce famo mitte sotto…-
-Ahé! Ma è proprio questo che fa de ‘na femmena ‘na zoccola!Issa deve obbedì e basta. –
-Non Lida.-
-Pecché nun c’hai saputo fa!- commentò insistente Marcello.
-Ma che vulite? Issa m’ha lasciato libero a me e io tengo a lassà libera a issa. –
-Non t’ha lasciato libero, t’ha lassato…-
Le jene ripresero a sganasciarsi e Orso seccato rispose a loro più che a se stesso:- Io a Lida me la riprendo quando voglio! Io non ho bisogno di lei,primo, perché dell’amore non so che farmene e secondo perché sesso ne posso fare quando e quanto voglio e per chiudere, non me campa mica issa. Ne trovo cento, meglio di lei, con più soldi e che non me scassano ‘o cazzo. –
Veramente alterato anche perché oramai era ciucco, Orso si alzò e tornò a invitare la biondona che da lontano aveva preso a lanciargli occhiate eloquenti.
Marcello ordinò ancora da bere, mentre, scuotendo la testa, seguiva con lo sguardo Orso al quale la signora si era avvinghiata indecentemente:- Non ce la farà mai. Senza prima faje sentì ‘na lezione, non s’ascurderà a chella infame. Se intervengo io è anche peggio perchè, per sottomesso che sia a me, poi ne farebbe una martire.Il guaio è che non c’è peggio, per un uomo, anche se in partenza non gliene frega niente, che essere mollato da una donna. Peggio che essere respinto dall’inizio. Perché poi diventa più grave. Come quando si rimanda indietro una merce, dopo averla aperta.-
-Sono d’accordo.Quello s’è proprio rimbecillito. Certo, Lida è ‘na bella femmena, ma lui è rimasto colpito,da qualche altra cosa di lei, sennò e’ femmene ce n’ha quante ne vole…anche meno difficili e più piene ‘e renare…come ha detto lui, giustamente…-
-Te l’ho già detto: sta tutto nel fatto che issa l’ha mollato.-
-Insisto. C’è qualche altra cosa che l’ha stregato…-
-Ahé,vulimme parlà de malocchio? Mo Lida ‘ncià fatto ‘na fattura?-
-Pe’ carita-, Marcè. Ma tu che dici! Io sto parlando di qualche altra cosa…-
-Mi stai dicendo che forse con lei …nun teneva “‘o problema?”..Visto c’a Sasà ja funziona solo,diciamo, per lavoro e co “l’aiutino”?-
-Si e no. Sto pensanno a n’ata cosa. Fusse ca issa ja vuliva bene anche accussì…?-
-E che motivo aveva? Una come Lida ancora poteva scegliere e di meglio pure!-
-Ahé! Sei duro a capì? Issa stava ‘nnamurata veramente e isso ‘o sapeva e perciò ca ‘a vedeva differente da tutte l’ate fino a oggi.Piensace: chi ‘nci va con lui? Vecchie e racchie, piene ‘e soldi per divertirsi a letto e fuori. Poi miettece ca isso co una giovane se caca in mano ca nun vuole responsabilità né pensieri…una come a Lida,’nvece, non se fa mette sotto e perciò non la devi manco proteggere…-
-Era l’ideale pe lui. Hai ragione. Ma Orso è un fallito per vocazione. Andrebbe in guerra disarmato per svojatezza, senza pensare alle munizioni…difatti con me funziona perché io gli do la mazza e gli dico mena… da solo non sarebbe capace di niente…non caverebbe un ragno dal buco..ah ah ah
aveva voglia Lida a responsabilizzarlo: lui è fatto così. E perciò non è riuscito a tenersela e non riuscirà a lasciarla.-
-Eh già: issa libera non era e sola nemmeno…-
- Sasà a vvole tutta pe lui ma non vole esse tutto per issa… sta facienno come a monaca de Camaldule ca muscio nu ‘o voliva e duro je faceva male…Sient’ a me: Sasà sta pazzianno!-
-E’ fortunato che non si è vendicata lei…- osservò Salvo interrompendo lo scrocio di risate alla battuta sulla monaca.
-Ah, ma per questo noi che ci stiamo a fare? Uno per tutti e tutti per uno, no? E poi a me Sasà me fa ancora comodo … ahahahah! Finché non alza la cresta, si capisce…-
All’interruzione della musica, mentre se ne stava andando con la signora, Orso da lontano fece un cenno ai compagni per dire: ci sentiamo.
-Ahè, Marcé. È ripartito…-
Marcello e Salvo sghignazzarono ancora per un po’ sull’amico e le sue defaillances sessuali e relazionali e poi dopo l’ennesimo giro di bevute, iniziarono i soliti discorsi tra ubriachi.
-Ma tu ‘o sai comme è cominciato che Sasà s’a portato a letto ‘e femmene viecchie?-
-No. Tu ‘o sai? –
-E’ partito tutto da quanno morì Gaetano: te lo ricordi? Tanino ‘ò mariuolo!-
-Ah sì, chill c’aveva fatto fortuna coi “trasporti!”-
-Precisamente.Uh! Con Sasà erano grandi amici malgrado la differenza di età…erano come padre e figlio… e prima ca murisse co un malaccio, mentre stava ancora ricoverato , Tanino je raccomandò de sta vicino a la mujera, de portalle conforto…de no lassalla sola… e Sasà, ‘o fece cuntento…-
Qua Salvo fu preso da un delirio di risate che non riuscì a frenare. Accompagnato dalla esortazioni di Marcello che invece voleva sentire il resto.
-Dalli e dalli una sera la vedova cominciò a fare delle timide avances a Sasà e lui non ci fece caso granché, pensando che facesse parte della situazione di conforto: issa s’ abbuttava ‘n braccio a lui, je se strigneva… tutta un calore…-
-E poi?-
-Sempre più, sempre più vicina.. –
- E Sasà?_
-Lui ci stava, continuando a non capire addò vuliva arrivà a viecchia…anche perché era proprio brutta, senza dienti, chiattona, co ‘na faccia da mummia…-
Salvo riprese a torcersi dalle risate.
-Eh dai! Che successe poi?-
Con le lacrime agli occhi e smozzicando le parole, finalmente Salvo concluse:-Finché una sera, visto che Sasà non l’intendeva, o fingeva di non intendere, ma per pietà non diradava le visite malgrado gli assalti, la ricca vedova, fraintendendo le intenzioni do povero guajone,si fece più audace. Lo abbrancò e gli disse vicin’ a recchia, con voce strozzata:” ma quanno m’o schiaffi dint’a pucchiacchia?”-
Piegati un due sotto al tavolo, quelle jene pelaticce furono costrette a recarsi in bagno scompisciandosi dalle risate, alle spalle del povero Sasà.

2 Gennaio 2012 at 05:29 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink
JUUUUUUUUUU

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29 Dicembre 2011 at 07:09 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink
AUGURI !

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29 Dicembre 2011 at 06:57 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink
AUGURI VELATI

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29 Dicembre 2011 at 06:51 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Donne che amano troppo: 9°Puntata

Lida si trovava alla cassa del supermercato quando le squillò il cell.Era Ivana.
-Ma non dovevamo sentirci più?- esordì spazientita.
-Che fai? Mi rispondi con una canzone?-
-E’ che già so cosa vuoi…-
-Allora se lo sai dimmi solo onne e quanno, così mi rimetto al lavoro…non ho tempo da perdere con due bambini deficienti-
-Senti, Ivà, digli che mi chiami e vedremo. Che abbia almeno il coraggio delle sue azioni-
-Ih ih ih- Ivana aveva un modo di ridere che faceva pensare a dei brevi ragli.-Glielo dirò-.
Dopo nemmeno 10 minuti ecco comparire il numero di Orso. Sicuramente aveva mandato avanti l’amica comune e con molta probabilità avevano chiamato insieme.
- Aggio a purtamme un estintore?-
-Per cosa?-
-Quando ti ci metti diventi un dragone sputafuoco….-
-Dici bene: tipi come te andrebbero dati alle fiamme e le ceneri nella calce viva, per essere più sicuri…-
-Ahè che cattiveria! E’ ‘o vero, song’o malamente da vita toia ma non merito tanto!-
Lida aveva avuto abbastanza tempo per riflettere sul comportamento da tenere per chiudere definitivamente la storia con Orso e adesso si sentiva pronta. Avrebbe preferito che lui fosse sparito, volatilizzato nel nulla , cancellato da questa faccia della terra come un incubo fugato dalle luci dell’alba ma la realtà era un’altra e bisognava pur affrontarla. Senza alcun dubbio lui non la stava cercando per una questione di fair play ma solo perché la sua tracotanza gli suggeriva di riprendere in mano la situazione: convinto che si trattasse solo di una ribellione momentanea…magari dovuta a faccende ormonali femminili, come soleva dire sempre,quelle finesse, quando una donna lo respingeva. Pertanto gli concesse udienza. L’ultima.
Orso arrivò verso le 14 in casa di Lida, vestito e conciato come un pappa cubano. Cioè con una ricercatezza pacchiana più sguaiata del solito, forse intenzionato a fare colpo. Anche perché da guappo a pappa ci corre poco in fatto di stile.
Lida si sentiva le mani fredde e avvertiva un tremore interno, benché tentasse di nasconderlo.
Lui varcò la soglia con passo baldanzoso e fare compiaciuto: intanto aveva ottenuto l’iniziale vittoria di stare lì davanti a lei in casa sua. Quindi il territorio era salvo.O così credeva.
-Orbene…- partì lei, ben sapendo che quando parlava in quel modo lui si irritava: non sopportava essere messo di fronte al loro dislivello sociale. Sicché lui la interruppe subito rintuzzando l’attacco con il quale lei voleva metterlo in minoranza giocando in casa…:-Ho la gola secca. Non mi offri niente?-
-Un caffè, perché lo devo solo scaldare…-
-Ahé? Siamo a questo punto? Mi offri minestra riscaldata?-
Lida alzò le spalle.
-E vabbé, basta che non me ce metti ‘o veleno…-
-Non ho mai sentito che un serpente teme il veleno…-
Quando si avvide di essersi sbagliata perché caffé d’avanzo non ce n’era, si apprestò a farlo nuovamente. Quanto tempo poté metterci?
Orso si era spogliato e ficcato sotto le lenzuola.
Lida non vedendolo ne seguì l’odore di fumo e lo trovò in camera spaparanzato con due cuscini e in canottiera mentre faceva cerchietti nell’aria atteggiando la bocca a culo di gallina.
Avvampò per la stizza. Si contenne, cercò di sembrare impassibile.
-Il caffè è servito in cucina- disse gelida.
-Non mi va il caffè. Non sono venuto per questo ma per te. Vieni qua vicino a me- e alzò le coperte con gesto eloquente. Lida scoppiò a ridere. Il disappunto oramai non sapeva più come uscirle dalla gabbia del torace. Orso infatti trasalì perché gli parve di udire quasi un terribile singhiozzo. Ridendo si sentì instabile sulle gambe e allora sedette su una sedia a dondolo, accanto al letto.
-Ti prego di non fumare in casa: sai che mi fa male.- Cercò di riprendere il controllo. Orso gettò il mozzicone nel portacenere, non prima di aver avidamente dato un’ultimo tiro. Poi lo riprese e fissandolo si mise a cincischiare sul bordo del cristallo. Prendeva tempo. Voleva trovare altra strategia per risalire il confronto. Ne andava del suo appoggio Bed and Breakfast in città ma non solo: ne andava soprattutto della sua reputazione di macho. E non sia mai che una donna decida per un uomo.Anzi, nemmeno per se stessa!
-Ho accettato di vederci perché volevo dirti di persona, guardandoti in faccia, che la nostra frequentazione, si chiude qui.-
-Frequentazione?Oh Madonna mia come parli difficile, amò…-
-E non chiamarmi così: non usare questa parola con me perché tu non sai nemmeno cosa vuol dire…-
-E’ ‘o vero, picciré, io l’ammore nun so nemmeno addove sta de casa. Conosco solo lo stare bbuono con una donna ma ammore…nun ne ho mai sentito pe’ nisciuna in vita mia…o forse sì ma ero solo ‘nu guaioncello senza esperienza…-
-Invece oggi , con il tipo di tirocinio che hai alle spalle…-
-Ma pecché mo’ t’è preso a parlà accussì? Me pare de sentì un avvocato….-
-Il tuo passato non mi interessa e se lo avessi conosciuto dall’inizio, avrei agito diversamente con te. Il punto è che da questo momento e per il futuro non voglio più saperne di questa storia.-
-Ah Ah Ah! Scommetto che se avessi saputo subito chill che ero prima, t’innamoravi lo stesso e forse anche più…perché a voi donne piacciono chill comme a me.Io ‘o saccio bbuono…a voialtre femmene piace l’ommo malamente…pecché o vulite co ‘i cazzi , ca ve tiene sottoscopa oppure ve mettite ‘ncapo de cagnallo e farne un coglione…-
-Queste teorie dei mie stivali, tienitele pure per te:non mi interessano e neanche sto qui a ribatterti in merito- Lida aveva una voglia insopprimibile di mettere più distanza possibile tra loro e continuava a parlare in quel modo che lo irritava, diversamente da prima, quando, per metterlo a suo agio,con lui usava il dialetto . – Ciò che invece mi preme farti capire, tu lo accetti o meno, è quanto segue – fece una pausa – devi uscire da questa casa come dalla mia vita,ora e per sempre, chiudendo quella che è stata solo una parentesi fra noi, dovuta soprattutto a un mio abbaglio, rinforzato dalla tua attitudine al raggiro.-
Purtroppo questa bella arringa andò perduta miseramente perché Orso prese a russare , cosa non inconsueta in lui, campione nello sviare i discorsi impervi.
Lida , furiosa, il caffè se lo bevve lei. Come altre volte, alla resa dei conti, non era riuscita nemmeno a parlare con lui. Ma stavolta sarebbe stato diverso. Inferocita si mise a lavorare e lo lasciò dormire. Dopo un paio d’ore fu svegliato dal suo cell. Marcello lo chiamava a raccolta.
Manco a dirlo scattò sull’attenti e , come non fosse successo nulla tra loro invece tutto scorresse liscio, inforcò la porta, salutandola frettolosamente.
-Bene- disse fra sé Lida. -non aspettavo altro. Sei uscito certo di aver tutto risolto e invece non hai risolto un cazzo-
Attese qualche istante prima di scendere a sua volta, per mettere distanza di sicurezza fra lui e lei e poi acquistò e si fece montare una serratura nuova nella porta già blindata. Il giorno dopo fece installare un videocitofono. Al cambio numeri telefonici si sentì completamente soddisfatta. Sapeva che Orso avrebbe fatto passare qualche settimana, convinto che lasciar sedimentare la rabbia di Lida avrebbe agevolato il suo rientro.
Pregustava intimamente il colpo alla sua tracotanza, al suo machismo, alla sua sicurezza arrogante, che Orso avrebbe ricevuto. Questo la faceva sentire ripagata del male che le aveva fatto. O per lo meno, aver ripreso le redini della sua vita, la faceva stare meglio. Non sapeva se Orso si sarebbe fermato di fronte a questo genere di barriera che lei aveva frapposto tra loro, anzi non ne aveva alcuna certezza ma percepiva la propria reazione operativa come una riconquista di se stessa.
E se anche Orso con le sue teorie, avesse avuto un po’ di ragione:oramai aveva saltato il fosso e una nuova fase,chiusa quella delle donne che amano troppo, si apriva davanti a lei.
Forte di questa consapevolezza, indipendentemente da quello che realisticamente sapeva avrebbe dovuto aspettarsi da parte di lui, non certamente pronto ad arrendersi facilmente, si sentì lieta di rientrare nel suo mondo sereno e armoniosamente esuberante, nel quale le storie maledette entravano solo tramite la finestra della tv ma non dalla porta di casa.

29 Dicembre 2011 at 05:09 | Commenti & Trackbacks (1) | Permalink

La Vecchia : Puntata 8°
Quando il cameriere depose una coppa di gelato enorme davanti ad Orso e una bibita davanti a Lida, lei vide che
il sole stava calando alle spalle di lui ma non abbastanza da evitare l’effetto controluce e metterne in ombra il volto. Avrebbe voluto fotografarlo mentalmente proprio in quell’istante per archiviare una espressione così particolare.
Al tempo stesso la faccia di Orso mostrava una sfrontatezza che diceva: embé che c’è? E la noncuranza di chi pensa che quanto ha commesso era inevitabile.
-Quale parte hai avuto precisamente in questa brutta storia?-
-Quella che dovevo-
-Cosa intendi?-
-Te l’ho detto mille volte. Perché mi fai ripetere sempre le stesse cose?Lo sai.Tra noialtri ci sta un patto di sangue.-
Lida scattò per alzarsi. Orso la rimise a sedere .
-Sono venuta per sentire la verità e non le solite storie deliranti,questa volta…-
Appariva calma ma fredda.
Orso fece scivolare la coppa di gelato che cominciava a colare sul piattino formando una specie di scultura surreale, davanti a lei. Lei l’allontanò con gesto eloquente e invece bevve fino in fondo la sua bibita mentre lui si accendeva una sigaretta dilungandosi nei gesti per guadagnare tempo e cercare una versione credibile.. non era nei suoi piani essere messo alla porta da una donna, seppure con tutte le ragioni che questa potesse avere per farlo. Non gli importava di riabilitare la sua reputazione agli occhi di lei, ma solo di conservarsi il diritto di prelazione a chiudere il rapporto.
-E’ una storia lunga- esordì nel puerile tentativo di farla desistere dall’ascoltarlo. Lida non mosse un muscolo, non volontariamente.
Orso si vide costretto a continuare e allora si ripromise di farla più corta possibile, ben consapevole che la faccenda scottava.
-Tre anni fa mi ero messo a fare l’agente immobiliare per Marcello.-
-Che significa?-
-E fammi parlare. Come lui veniva a sapere di qualcuno che intendeva vendere o acquistare un immobile o un terreno, ci si metteva in mezzo come mediatore e pigliava soldi da una parte e dall’altra, sai, come quelli che combinavano i matrimoni una volta…-
-Vai avanti- Annuì Lida.
-Un sera in un locale da ballo, Marcello abbordò una rumena che faceva la badante ad un vecchio signore ed era rimasta disoccupata per la morte di questo. Ero convinto che mi avrebbe mandato alle calcagna della ragazza per farla entrare nel giro…invece sto figl’endrocchia, che mi va a comandare? Stu fetente, me disse : miettete a rete ‘a viecchia!
-Che vecchia?-
-A vedova! l’ex parona da guajoncella!-
-E la ragazza?-
-Marcello disse che non c’interessava e anzi, che era meglio tenella fuori dal gioco…-
-Il gioco?-
-Ma sì…tenivo a corteggià ‘a viecchia, a portalla a cena, a le dicere parole d’ammore…a fa ‘o cavalier servente a issa…insomma tutte ‘e cose ca fa un innamorato…-
-Non dirmi che ha abboccato…-
-Modestamente…-
Orso diede una eloquente scrollata alla sua chioma e si aggiustò il collo della camicia con le due mani.
-Fammi capire: ma di che età stiamo parlando?-
-Issa teneva 68 anni…-
-E me la chiami vecchia?-
-Ahè! Io ne tenivo 35…-
-E non ci poteva andare Marcello?-
-Puuh! Famme ‘o piacere…a isse nun l’attizzano e viecchie…-
-Perché a te sì, invece?-
-Ihhhh! Pe me è lavoro…io nun ce faccio caso…-
-Insomma facevi il gigolot?-
-Ma tu che dici! Io certe cose nu ‘e faccio…’o progetto era n’ato…-
-Son tutta orecchie…- Lida cominciava a impazientirsi.
-Alla fine avimme concluso bbuono e avimme spartito ‘o malloppo….-
-Ci capisco sempre meno…-
Orso procedeva per gradi, sperando che arrivasse sempre il momento in cui Lida si stancasse di starlo a sentire ma si illudeva, quanto a questo, e
pur di trarsi finalmente d’impaccio, senza più tergiversare, snocciolò a precipizio la conclusione della storia.
-A vedova teniva ‘na casa ca pareva a reggia de Caserta: grande, troppo grande, bella, troppo bella, ricca, troppo ricca….e ha vuliva vendere ma non je riusciva…proprio perché era accussì lussuosa. Mi presentai come agente immobiliare e cominciai a frequentarla per trattare sta compravendita, ma stradafacendo la conquistai come uomo, come te l’aggio a dicere?-
-E allora?-
-Allora l’ho convinta a venderla per quattro soldi…e Marcello ha fatto l’affare…poi ha diviso la casa in più di un appartamento e li ha rivenduti ognuno al doppio del prezzo che aveva pagato per tutta la casa.-
- Bel colpo, non c’è che dire. E la vecchia, che fine ha fatto?-
-Ahè… chella sta bbuono! Ha comprato un appartamentino piccolo come ‘o vuliva e campa da signora con due pensioni…e io ogni tanto nci vado a dare compagnia: ma solo compagnia…oramai sta tutta svanita…figurati che me scambia per il figlio morto…-
-Che animo nobile che hai…e magari per farla contenta ogni tanto accetti anche qualche presente…-
Orso sghignazzò facendo ballare l’addome prominente,trentottenne o meno- Questo me l’ha fatto lei l’anno scorso a Natale…- concluse mostrando il suo orologio.
-Pacchiano ma notevole,buona grazia sua -commentò Lida:- credo di aver capito che però l’impresa ti ha fruttato benaltro…-
-Oh certo! Con la mia parte ci ho tacitato la mia ex moglie che voleva querelarmi per mancato mantenimento dei figli,già da un bel po’ di anni.-
-Uhm. Insomma ti sei messo a posto per un pezzo!-
-Tutto merito di Marcello! L’idea è stata sua!-
-E come no? Con la manovalanza tua!-
-Sia come sia: mi hanno fatto comodo quei soldi. A quest’ora stavo al gabbio se non fosse per lui.Quella scostumata d’una puttana della mia ex, è una sanguisuga e mi spolperebbe vivo…non fa che chiedermi soldi e denunciarmi perché non li ottiene…io a Marcello tengo a baciargli dove cammina…e quando mi chiama corro…chill non solamente mi campa ma mi tiene pure fuori dai guai…e anche se sta vota , e ‘nce l’ho pure ditto, chell ca fatto è stato malamente,non potevo tirami indietro.Dopotutto mi sono limitato a fornirgli un alibi per quella notte, insieme a Salvo, a portargli un cambio di vestiti e a bruciare i suoi. Omertà.-
-Certo, che altro sennò?- concluse sarcasticamente Lida.
Scese il silenzio fra i due mentre un gabbiano gridò volando sopra le acque increspate del lago, al dilà del terrazzo.
Orso s’accese un’altra sigaretta e guardò l’orologio. Lida assorta lo vide alzarsi, con la coda dell’occhio. Poi
improvvisamente provò un senso di gelo e di estraneità che andava scivolando nel fastidio, per la persona di lui. Continuava a guardarlo, a inquadrarlo pezzo per pezzo dalla testa ai piedi come a voler trovare in lui qualcosa da salvare, qualcosa che le spiegasse l’amore e l’attrazione che aveva provato per lui fino a quel momento, ma si sentiva paralizzata dalla malinconia . Dove si era smarrita? In che trappola di miele era caduta? Come una lurida, stupida mosca. Si sentiva contaminata da tutto quello squallore. Voleva uscirne prima possibile ma restava impietrita sulla sedia. Il gelato, del tutto liquefatto, aveva superato il livello di guardia non solo del piattino sotto la coppa ma persino del piano del tavolino e fu proprio a causa delle gocce di cioccolato a un istante dal piombare sui suoi pantaloni color panna, che scattando all’indietro , in un balzo fu in piedi.
Orso doveva essere andato dentro a pagare il conto perché avvedendosi d’essere sola , senza darsene per inteso, fece di corsa le scale che portavano alla metro e vi saltò dentro appena in tempo.

23 Dicembre 2011 at 05:57 | Commenti & Trackbacks (2) | Permalink

Puntata 7° : Fuoco?
Quando Lida si metteva un progetto in testa, niente poteva dissuaderla. Andò al negozio di Ivana il giorno seguente. Non era pieno di acquirenti e dopo aver dato alcune istruzioni al commesso, la donna con un cenno del capo la invitò nel retro e chiudendosi la porta alle spalle le fece segno di sedersi. Incominciò a fumare nervosamente e a guardare l’orologio.
-E va bene-. disse seccata e desiderosa di liberarsi di quell’impiccio al più presto- tu vuoi sapere , vuoi sapere e io non posso parlare. Non riesco a capire se sei solo testona o semplicemente idiota. A che ti serve sapere vita morte e miracoli di costui? Se ne sei presa, ebbene che vale sapere chi è? Il vero amore non è forse quello incondizionato? E se invece hai intenzione di fare macchina indietro: cosa aspetti?-
Seccata a sua volta, a questo punto Lida sbottò:- Ma cosa aspetti tu a dirmi quello che sai , dopodiché io me ne vado, libera di decidere cosa voglio o non voglio fare, alla luce di fatti concreti, e tu te ne torni alle tue faccende?-
Ivana spense con rabbia la sigaretta torcendola nel portacenere come fosse il collo del suo peggior nemico- Orso è stato condannato a tre anni per tratta di donne. Marcello, pagandogli un avvocato coi controcoglioni gli ha fatto commutare la pena in arresti domiciliari prima e poi in affido ai servizi sociali in modo che possa lavorare, cioè stare in casa ed uscire solo per svolgere attività previste dal programma di riabilitazione. Osservando contemporaneamente un regolamento inderogabile circa orari e spostamenti.- la donna prese finalmente fiato. Sedette di schianto sulla poltroncina e s’appoggiò alla spalliera con la testa all’indietro. Proprio non avrebbe voluto parlare di queste storie. Era stata costretta a vuotare il sacco di controvoglia.
-Tratta di donne?- chiese Lida quasi ridendo tanto le pareva assurdo attribuire un simile reato ad una persona del genere di Orso –Ha per caso a che vedere con la sua agenzia matrimoniale?-
-Era una copertura. In realtà importava disperate bene in arnese fisicamente per farle sposare con più o meno abbienti vecchietti del posto, in cambio di contributi finanziari da parte di quelli, ai quali prometteva mille e una notte di sesso sfrenato e di prestazioni remunerative da parte delle ragazze, in cambio della cittadinanza ottenuta per matrimonio. Una volta integrate,chiedevano il divorzio e le metteva a lavorare per lui, mentre provvedeva Marcello stesso a dissuadere quelle che stradafacendo ci ripensavano.-
-La faccenda sarebbe farsesca se non fosse anche disgustosa-
-E mo viene il bello…-
-C’è ancora dell’altro?-
-Sai come lo hanno scoperto?-
Lida ascoltava, intenta a reprimere un risolino nervoso che le scricchiolava fra i denti.
Ivana si accese un’altra sigaretta , aspirò, prese fiato e con un ghigno insopportabile concluse:-La Finanza si era accorta di un curioso picco di consumo, per l’anno in corso, di un famigerato prodotto nelle farmacie locali. Le vendite erano salite in modo vertiginoso e inspiegabile. Dopo indagini mirate, che coinvolgevano anche medici compiacenti,vennero a capo della questione.-
- I vecchietti del paese i consumatori??-
- Esattamente, e, a destare l’allarme, era stato anche il numero sospetto di decessi a catena di anziani e ottuagenari in buona salute fino a qualche mese prima.-
Finalmente Lida poteva inquadrare la personalità di Orso attraverso la conoscenza di fatti concreti che lo riguardavano. Era stato affidato a i servizi sociali perché seguisse un percorso di riabilitazione sociale e forse psicologica, ma lui non si curava di partecipare a questo progetto, continuando imperterrito la vita di sempre,appoggiato da strategiche connivenze, solamente un poco meno apertamente,facendosi, o così credeva, di gran lunga più furbo. Devoto al suo mecenate della deboche, lo seguiva come suo unico punto di riferimento e fulgido esempio di uomo co i cazzi.
-Orbene!- Esclamò Lida alzandosi inaspettatamente per Ivana, con tono a metà tra il melodrammatico e l’ironico- per me la storia si chiude qui. Ti sono grata per avermi aiutato a decidere. Qua la mano, amica mia. Non credo che ci rivedremo, per ovvie ragioni, comprenderai…tu resterai con Marcello e io riprenderò la mia strada. I nostri percorsi si dividono…-
-Ahé , Marò…parli come dint’a ‘na sceneggiata ….ja, mo nu ‘a fa accussì tragica…-
In quel preciso istante il cell di Ivana cominciò a vibrare.
-Ih! Parli del diavolo e spuntano ‘e corna…- disse all’amica ridacchiando. Lida prese l’occasione al volo e uscì salutandola con la mano.
- Sì sì, sto sola, amò, ma pecché? Ch’é stato?-
Marcello aveva la voce carica di preoccupazione come non lo aveva mai sentito prima. Rimorso?? Macché. Niente altro che rabbia perché stavolta non era stato abbastanza bravo a non lasciare tracce.
-Vabbò: t’aspietto. Ma poi me dice tutt’e cose!-
Ivana aprì finalmente la porta del suo ufficio e congedò il commesso:-ohé! Guajò! Non tieni fame oggi? Va, va, va a mangià che è ora ‘e pranzo e dopo fatte pure un bel giro…ca ‘nce sto io co un rappresentante e tenimmo a sta tranquilli…hai capito?- Così dicendo lanciò le chiavi della sua auto al ragazzo, il quale non se lo fece ripetere.
Non si era spento l’eco del motore dell’auto di Ivana che Marcello suonò al citofono. Lei lo vide attraverso la vetrina e aprì. Immediatamente un fetido odore di benzina riempì l’ambiente.
-Gesù, ch’è stato, amò? Marò che è sta puzza?-
Marcello fece un gesto d’impazienza e si chiuse in bagno. Sentì l’acqua della doccia scrosciare a pieno getto. Mentre si stava chiedendo cosa fosse capitato, Lida la chiamò.
-Hai letto il giornale?-
-No! Da stamattina che sto chiusa qua dentro…ma pecchè?- Ivana cominciava a sentire i crampi allo stomaco. Sapeva bene chi si trovava nel bagno del suo retrobottega a farsi la doccia e forse anche perché.
-Adesso guardo il giornale online- Chiuse la comunicazione.
“ Un’auto in sosta questa notte in via Modena 23 è stata data alle fiamme intorno alle 4 del mattino. L’incidente ha provocato l’incendio di altre due vetture parcheggiate a poca distanza e provocato ingenti danni al palazzo adiacente, fortunatamente al momento disabitato, pertanto nessun ferito.Si indaga nella vita privata dei proprietari delle tre auto e nel loro ambiente di lavoro, per accertarsi di quale sia la più probabile delle ipotesi fatte dagli inquirenti, ancora senza alcun indizio. Gli unici elementi sui quali dovranno far luce le indagini sono dunque le vite dei proprietari delle auto coinvolte nell’esplosione che appaiono per il momento tutti incensurati.” Seguivano i nomi dei coinvolti e un video in cui si intervistavano le persone fatte segno dell’attentato con i familiari e la fidanzata di uno di loro. Ivana riconobbe Rita. Non ebbe tempo nemmeno di rabbrividire che il citofono la riportò alla realtà, terrorizzandola. Era Orso. Entrando poggiò un porta abiti su una delle poltroncine per i clienti e-‘o negozio sta chiuso, è ‘o vero, no? Ho fatto una corsa, so venuto subito. Ci sta Marcello?-
-Se sta lavanno- rispose Ivana con un filo di voce.
Orso guardò l’orologio:-riapri alle 4?- Ivana fece cenno di sì e tentò di accendersi una sigaretta, mentre le mani le tremavano come mai prima.
-Allora m’aggio a rilassà ‘nu poco- ansimò e fece per distendersi sul divanetto dell’ufficio, ma poi si chinò improvvisamente verso Ivana:-Fuoco?-le offrì.
Alla battuta, pur involontaria, Ivana trasalì disgustata. Orso, invece, accortosi della gaffe, sbottò in una risata atroce.

19 Dicembre 2011 at 04:29 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink